Pensioni, fino a 300 euro in più al mese: molti non sanno di poterli ricevere. Ecco chi ne ha diritto

Uno dei principali strumenti che possono consentire di ricevere quasi 300 euro in più al mese è l’integrazione al trattamento minimo, un meccanismo attraverso il quale l’INPS aumenta determinate pensioni particolarmente basse fino a raggiungere un importo stabilito annualmente.

Nel 2026 il trattamento minimo INPS è pari a 611,85 euro mensili, corrispondenti a 7.954,05 euro annui per tredici mensilità. Per chi possiede tutti i requisiti, la differenza tra la pensione originaria e questo importo può trasformarsi in un incremento mensile significativo.

Pensioni 2026: come ottenere quasi 300 euro in più al mese

Per comprendere il funzionamento dell’integrazione, facciamo un esempio concreto.

Immaginiamo un pensionato che riceva 320 euro al mese. Se il suo trattamento appartiene a una categoria integrabile e rispetta tutti i limiti reddituali, l’INPS può riconoscere una somma aggiuntiva fino a raggiungere i 611,85 euro.

In questo caso l’incremento sarebbe di 291,85 euro mensili, pari a 3.794,05 euro in tredici mensilità.

Naturalmente l’aumento cambia in base all’importo della pensione originaria, come mostrano questi esempi:

Pensione mensile Possibile aumento Nuovo importo
300 euro 311,85 euro 611,85 euro
320 euro 291,85 euro 611,85 euro
400 euro 211,85 euro 611,85 euro
450 euro 161,85 euro 611,85 euro
550 euro 61,85 euro 611,85 euro

Questi importi rappresentano esempi di integrazione completa. Non tutti i pensionati che ricevono meno di 611,85 euro hanno automaticamente diritto alla differenza.

Chi ha diritto all’integrazione e chi invece è escluso

La normativa distingue le pensioni in base al sistema utilizzato per calcolarle e alla data di decorrenza.

In linea generale, l’integrazione può interessare le pensioni calcolate con il sistema retributivo o misto, purché siano rispettati i requisiti economici.

La situazione cambia per chi ha iniziato a versare contributi dal 1° gennaio 1996 e percepisce una pensione calcolata interamente con il sistema contributivo.

Per questi pensionati, di norma, non è prevista l’integrazione al trattamento minimo. Di conseguenza, una pensione contributiva da 400 euro non viene automaticamente aumentata fino a 611,85 euro.

Esiste però un’importante eccezione introdotta dalla sentenza della Corte costituzionale numero 94 del 2025.

La decisione ha riconosciuto la possibilità di integrare al minimo anche determinati assegni ordinari di invalidità calcolati interamente con il sistema contributivo.

L’INPS ha fornito le indicazioni applicative attraverso la circolare numero 20 del 25 febbraio 2026, con effetti secondo le condizioni previste a partire dal 1° agosto 2025.

È fondamentale non confondere l’assegno ordinario di invalidità con la normale pensione di vecchiaia: sono prestazioni differenti e seguono regole diverse.

I limiti di reddito da rispettare nel 2026

Per ottenere l’integrazione non basta percepire una pensione bassa. Occorre anche rispettare precisi limiti reddituali.

Nella disciplina ordinaria, per un pensionato non coniugato oppure legalmente ed effettivamente separato, il limite personale oltre il quale l’integrazione non spetta è generalmente pari a 15.908,10 euro annui.

Per i pensionati coniugati soggetti alle regole previste per le pensioni decorrenti dal 1995, viene considerato anche il reddito complessivo della coppia, con un limite di 31.816,20 euro annui, oltre al limite personale.

Questi importi non rappresentano soglie entro le quali l’integrazione è sempre riconosciuta interamente. In determinate fasce di reddito può spettare soltanto un aumento parziale.

Inoltre, non tutte le entrate sono considerate allo stesso modo. La normativa prevede alcune esclusioni, tra cui, in linea generale, il reddito della casa di abitazione.

Per pensioni con decorrenza precedente al 1995 possono applicarsi disposizioni differenti, soprattutto nella valutazione del reddito del coniuge.

Per questo motivo è consigliabile far verificare la propria situazione da un patronato, evitando di basarsi soltanto sull’importo dell’assegno.

Le maggiorazioni sociali possono aumentare ulteriormente la pensione

Accanto all’integrazione al trattamento minimo esistono le maggiorazioni sociali, destinate a determinate categorie di pensionati con redditi particolarmente bassi.

Tra le misure più conosciute figura il cosiddetto incremento al milione, introdotto dalla legge 448 del 2001 e successivamente modificato.

Questa disposizione può permettere, in presenza di specifici requisiti anagrafici e reddituali, di raggiungere importi superiori alla normale pensione minima.

Nel 2026 è stata introdotta anche una novità: la legge di Bilancio ha previsto un incremento strutturale di 20 euro mensili per tredici mensilità delle maggiorazioni sociali spettanti a determinate categorie.

Tra i possibili beneficiari rientrano i pensionati di almeno 70 anni e gli invalidi civili totali maggiorenni che rispettano le condizioni previste.

È stato inoltre aumentato di 260 euro annui il relativo limite reddituale.

Secondo le indicazioni INPS, l’adeguamento è stato applicato dai pagamenti di marzo 2026, con il riconoscimento dei conguagli relativi a gennaio e febbraio per gli aventi diritto.

Bisogna però distinguere questa maggiorazione dall’integrazione al minimo: sono due strumenti differenti e non tutti possono beneficiarne.

Quando cambiano i redditi si può avere diritto a un aumento

Un’altra situazione importante riguarda i pensionati che hanno subito cambiamenti nella propria condizione economica.

Una persona, per esempio, potrebbe non aver avuto diritto all’integrazione perché disponeva di altri redditi. Se successivamente queste entrate diminuiscono o cessano, potrebbe diventare possibile ottenere un beneficio precedentemente escluso.

Questo può accadere in seguito alla cessazione di un’attività lavorativa oppure alla modifica di altri redditi rilevanti ai fini previdenziali.

Non significa che ogni riduzione del reddito comporti automaticamente un aumento, ma è una circostanza che merita una nuova verifica presso l’INPS.

È importante anche mantenere aggiornate le informazioni reddituali richieste dall’Istituto, attraverso gli adempimenti previsti, compreso il modello RED quando necessario.

Ricostituzione della pensione: quando spettano aumenti e arretrati

Un altro strumento da conoscere è la ricostituzione della pensione, una procedura amministrativa che consente all’INPS di ricalcolare un trattamento quando emergono elementi che possono modificarne l’importo.

Può essere richiesta, per esempio, quando alcuni contributi previdenziali non sono stati correttamente considerati oppure quando nuove informazioni reddituali incidono sulle prestazioni collegate alla pensione.

Se l’INPS riconosce il diritto a un assegno maggiore, il pensionato può ottenere un nuovo importo mensile e, quando spettano, anche somme arretrate.

Il riconoscimento degli arretrati dipende però dalla situazione specifica e dai termini di prescrizione o decadenza applicabili. Non sono quindi garantiti automaticamente per tutti gli anni precedenti.

Come controllare se si ha diritto a più soldi

La prima cosa da fare è consultare il proprio cedolino della pensione, verificando se risultano già presenti integrazioni, maggiorazioni sociali o altre somme aggiuntive.

Per effettuare il controllo è possibile accedere al portale INPS utilizzando SPID, Carta d’identità elettronica (CIE) o Carta nazionale dei servizi (CNS).

Chi non ha dimestichezza con gli strumenti digitali può rivolgersi direttamente a un patronato, portando con sé:

  • Il cedolino della pensione.
  • La documentazione relativa agli altri redditi, quando richiesta.
  • Il provvedimento originario di liquidazione della pensione, se disponibile.
  • Eventuali comunicazioni INPS relative a integrazioni, maggiorazioni o ricalcoli.

Il patronato potrà verificare la tipologia della pensione, i limiti reddituali applicabili e l’eventuale possibilità di presentare una domanda di ricostituzione o una richiesta specifica.

Non esiste infatti una domanda universale per ottenere 300 euro in più: la procedura dipende dalla prestazione alla quale si potrebbe avere diritto.

Attenzione anche alla quattordicesima

Tra gli aiuti economici previsti bisogna ricordare anche la quattordicesima mensilità, riconosciuta ai pensionati che hanno compiuto almeno 64 anni e possiedono redditi entro i limiti stabiliti.

Nel 2026 gli importi ordinari variano da 336 a 655 euro, a seconda degli anni di contribuzione e della fascia reddituale.

Si tratta però di una somma annuale aggiuntiva, non di un aumento mensile permanente.

Anche in questo caso, quando cambiano i redditi, può essere utile verificare se si possiedono i requisiti per ricevere la prestazione.

In conclusione, ricevere fino a 300 euro in più al mese sulla pensione è possibile, ma soltanto nei casi previsti dalla normativa. L’esempio di una pensione da 320 euro che può arrivare a 611,85 euro dimostra quanto l’integrazione al trattamento minimo possa essere importante per chi soddisfa tutti i requisiti.

Il consiglio, soprattutto per chi percepisce una pensione molto bassa, è quello di non dare per scontato che l’importo ricevuto sia necessariamente quello definitivo. Un controllo presso l’INPS o un patronato può permettere di scoprire eventuali prestazioni non riconosciute, aumenti spettanti o somme arretrate che meritano una verifica.

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