lunedì - 26 Febbraio - 2024

Uno studio afferma: “Prima di morire i nostri cari defunti vengono a farci visita”

C’è una significativa possibilità che voi o qualcuno che conoscete abbia sentito la presenza di un morto. Non in modo letteralmente cinematografico come nel film Il Sesto Senso, ma come una percezione vivida – visiva o tattile – della presenza di un individuo noto per essere deceduto, spesso un amato recentemente scomparso.

Che si tratti o meno di allucinazioni, una cosa è chiara: sono in pochi che, vivendo queste esperienze, decidono di condividerle. Il motivo è che nella nostra società secolare non c’è spazio per i fantasmi. Sono viste come allucinazioni scatenate dal dolore o dalla stanchezza, che ci impediscono di procedere e superare i traumi del passato.

Secondo Sigmund Freud, siamo vittime di quello che lui definiva una “psicosi illusoria”, un’allucinazione alimentata dal dolore del lutto, una forma temporanea di follia che ci fa vedere o sentire la persona deceduta. Freud, nel suo saggio del 1917, Lutto e melanconia, suggeriva di tagliare i legami con i defunti per liberarci da queste visioni. Questo approccio non è stato più messo in discussione, almeno nelle società occidentali.

Non sorprende che, come riportato da The Walrus, molte persone non parlino delle esperienze da loro vissute riguardo alla percezione di presenze defunte. Uno studio del 1972 negli Stati Uniti d’America rivelò che il 50% delle vedove e dei vedovi aveva percepito la presenza del coniuge defunto, ma i tre quarti non ne aveva parlato a nessuno, temendo di essere trattati con compassione o paternalismo.

Sylvia Townsend Warner, nota scrittrice e collaboratrice del New Yorker, ha descritto come avesse percepito la presenza della sua compagna defunta, Valentine Ackland: “Non era un ricordo, non era un’evocazione, era reale”. Anche una donna culturalmente avanzata e secolarizzata come Townsend Warner ha vissuto con forza un’esperienza del genere, cosa che mette in discussione l’idea di derubarla a semplice superstizione.

La nostra tradizione millenaria, da Gilgamesh alla serie tv River e MacBeth, mostra quanto la visione dei defunti sia un’esperienza umana profonda e radicata. Infatti, tentativi di indagare la questione sono stati fatti in passato. Il primo studio scientifico in merito fu condotto a Londra nel 1880 dai membri fondatori della Society for Psychical Research (SPR), che chiesero a un campione di cittadini britannici se avessero mai avuto l’impressione di vedere o essere toccati da un essere umano defunto. Nel 1889, lo studio venne espanso ad altre nove nazioni, coinvolgendo psicologi e medici, e raccolse 17mila risposte. Le percentuali erano simili: una quota di partecipanti tra il 7 e il 19% aveva vissuto un’esperienza del genere almeno una volta nella vita.

Molti intervistati riferirono di aver percepito la presenza di un defunto nel periodo in cui, senza saperlo, una persona cara stava per ammalarsi gravemente o morire. La SPR teorizzò che la mente potesse emanare una sorta di scarica energetica telepatica, raccolta poi come allucinazione. Una tale esperienza portò alla creazione dell’elettroencefalogramma da parte dello scienziato tedesco Hans Berger nel 1929, che desiderava capire l’attività cerebrale che gli aveva permesso di “avvertire” un grave incidente capitato alla sorella.

Tuttavia, con l’avanzata della psicologia come scienza, gli studi della SPR vennero ampiamente ignorati, e parlare di apparizioni divenne considerato una superstizione. La società occidentale promosse l’idea che il modo migliore per affrontare un lutto fosse superare rapidamente la sofferenza, evitando di attardarsi su questi “fantasmi mentali”. Solo alla fine degli anni ’90 questa linea di pensiero fu messa in discussione. Dennis Klass, un psicologo, propose un nuovo modello di elaborazione del lutto chiamato “legame continuativo”, suggerendo l’importanza di mantenere un legame con il defunto, integrandolo nella vita di chi rimane.

Contrariamente all’Occidente, in Giappone, rituali come lasciare cibo e accendere candele per i defunti sembrano aiutare psicologicamente le persone a gestire il lutto. Nonostante ciò, nel 2005, uno studio britannico rivelò che l’80% delle persone che hanno avvertito la presenza di un defunto ha scelto di rimanere in silenzio, proprio come negli anni ’70. A quasi 150 anni dai primi studi della SPR, il mistero persiste su perché queste esperienze siano così comuni. Indipendentemente dalle opinioni personali su questi fenomeni, un’indagine più approfondita potrebbe fornire chiarezza su cosa accada nel cervello di chi vive queste esperienze.

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